di Manuela Rossini

in collaborazione con Raffaele Landolfi e Stella Bonato

 

Negli anni ’90, Daniel Goleman iniziò ad interrogarsi sulla possibilità che esistessero diverse forme di intelligenza, oltre a quella valutata dal QI, per arrivare ad elaborare, nel 1996, il costrutto dell’intelligenza emotiva, che iniziò a diffondersi attraverso la pubblicazione del libro “Intelligenza Emotiva: che cos’è e perché può renderci felici” che lo rese un tema di estremo interesse soprattutto nell’ambito delle Risorse Umane e dell’Organizzazione Aziendale.

L’Intelligenza Emotiva (IE) è definita come la capacità di riconoscere i nostri sentimenti e quelli degli altri, di motivare noi stessi, di persistere nel perseguire un obiettivo nonostante le frustrazioni, di gestire positivamente le nostre emozioni, tanto interiormente, quanto nelle relazioni sociali.

Secondo la concezione di Goleman, infatti, l’intelligenza emotiva è una competenza indispensabile per il successo personale e lavorativo. Numerose ricerche hanno supportato questa tesi, evidenziando una forte correlazione tra alti livelli di IE ed il miglioramento delle relazioni lavorative e delle performance, e dimostrando come essa sia un importante fattore predittivo nelle prestazioni dei team di successo.

Per questi motivi, gli esperti oggi ritengono che, per avere successo e fare la differenza, essere intelligenti emotivamente sia addirittura più importante che possedere un alto quoziente intellettivo!

La consapevolezza di sé

In primis, l’intelligenza emotiva si compone di una dimensione imprescindibile, senza la quale non si può diventare emotivamente intelligenti. Stiamo parlando della consapevolezza di sé o Awareness, che definisce la capacità di riconoscere e monitorare un’emozione nel momento stesso in cui si presenta.

Più in generale, essa comporta una vasta consapevolezza dei propri stati d’animo, dei propri punti di forza e debolezza, dei valori che ci guidano e di come essi incidono sulle nostre azioni e sul nostro rapporto con gli altri.

Di fatto, è comprensibile quanto quest’abilità sia importante per lo sviluppo dell’IE; infatti, essere in grado di riconoscere un’emozione fa in modo che essa non sia più un fenomeno sconvolgente che impatta sulle prestazioni, ma qualcosa che possiamo gestire e utilizzare positivamente per ottenere risultati soddisfacenti. Ad esempio, se sappiamo che nelle situazioni in cui dobbiamo affrontare un discorso davanti ad un pubblico siamo soliti agitarci, quando l’ansia si presenterà saremo in grado di riconoscerla e affrontarla senza esserne sopraffatti, con indubbi benefici sulla performance.

Le emozioni sono dotate di una forza dirompente che può ostacolarci nel raggiungimento dei nostri obiettivi, ma, se correttamente gestite, possono aiutarci a comunicare efficacemente, ad auto-motivarci e a reagire meglio agli stimoli provenienti dall’ambiente. E’ quindi facile intuire come questo genere di competenze possa risultare fondamentale nel favorire la realizzazione personale e lavorativa.

 

Intelligenza emotiva: innata o appresa?

L’intelligenza emotiva è presente in ognuno di noi in misura diversa ma può essere coltivata e migliorata attraverso l’educazione, l’impegno e la guida di figure esperte.

A questo proposito nasce ENJOY TEAM, una masterclass di upskilling rivolta a persone che lavorano in gruppo al fine di raggiungere un obiettivo comune. Attraverso un percorso guidato da psicologi esperti, mira ad influenzare in maniera positiva il benessere di chi lavora e la performance lavorativa personale e aziendale.

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